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 VERSO IL PAESE DEGLI DEI

Nave Greca

seguono:  

Verso il Paese degli Dei

Andiamo. Prendiamo per questo sentiero. La via non è lunga. Il sentiero discende rapido, incassato tra due pareti di roccia che nulla ci lasciano più scorgere se non, sopra di noi, li cielo di azzurro e di sole. 

Come — d’un tratto — sembra lontana la strada maestra incisa di trite orme e di carreggiate! Pochi passi ancora. Un'aria fresca e salsa, ecco, già viene incontro e ci alita in viso; ecco, già. Di tra le rocce, sbuchiamo in una conca marina.

È una piccola conca segreta che un cerchio di colline qua rupestri, là frondeggianti, recinge una stesa di vena, soffice all’occhio e al passo come velluto, conduce verso l’acqua subito, oltre la riva, profonda. Sull’acqua tranquilla e verdazzurra di colli e di cielo riflessi dondola ormeggiato un naviglio: una sottile navicella che drizza l’albero traversato da un pennone su cui la vela è raccolta e che ha già nelle scalmiere lunghi remi pronti alla voga. 

Il cerchio dei colli apre, verso l’oriente, passaggio all’alto mare: e il mare, oltre il varco, si spiana e trepida e lustreggia tutto pagliuzze d’oro. 
Non attendono che noi.

Vedete? il navarco accenna che ci si affretti e si appresta a sciogliere l’ormeggio. Saliamo. Un ordine, la passerella è tolta; i remi si tuffano concordi; la nave scivola sullo specchio delle acque verso il libero mare. 
E ora andiamo sul mare libero, nel sole, nel vento.
A n altro ordine gli uomini hanno alzato il pennone, disteso la vela, tirato le scotte, disarmato i remi; e la vela ha cercato e preso il vento; si è gonfiata, ci porta gloriosa. Va la nave diritta, leggera, sicura, con lento beccheggio. L’alta ricurva prora taglia l’onda, che sui  fianchi della canna gorgoglia e canta e dietro la poppa disnoda lunga, sempre più lunga, una seta dagli orli spumosi... 

Gli uomini badano al timone, alle scotte, alle faccende di bordo. Sono gente di varia età: quali giovini, quali maturi e quali sono imberbi e quali portano corte barbe arsicce; hanno volti adusti dal sole e dal vento, bruni capelli ricciuti che una benda trattiene sulla fronte e occhi ridenti e sognanti. Vestono tuniche succinte.

E parlano un’antica lingua, che forse è il latino di Ennio forse il greco di Omero. 
Sotto il sole, sotto le stelle. Mare, mare. Andiamo verso l’Oriente, scendiamo verso il Mezzogiorno, risaliamo al Settentrione. Mare verdazzurro, mare azzurro, mare dai flutti biancheggianti. Passiamo tra isole rupestri o fonte o splendenti di marmi; passiamo lungo terre frastagliate di seni e di golfi, montagnose di crinali 
e di vette; scorgiamo sui colli mura e colonnati di acropoli;
scopriamo tra i lauri e gli olivi colonne e frontoni di templi. Talvolta, nei silenzi notturni colmi di luna, ascoltiamo dalle isole e dalle terre voci aeree che cantano favolose gesta di Dei e di eroi; talvolta, nei silenzi meridiani colmi di sole, ci giunge dal largo un mugghio di buccine marine, un tintinno di giovini risa e, se siamo 
pronti a guardare, cogliamo per qualche attimo nel barbaglio della luce, fra un muover di spume, i giuochi delle Nereidi dai capelli d’oro e dei Tritoni dalle tempie 
cinte di verdissime alghe.

Mare, mare. Sotto il sole, sotto le stelle. Tra un seminìo di isole, lungo terre intagliate di golfi. Ed ecco che navighiamo in un vasto golfo. È l’alba. Dinanzi a 
noi si profili e si scioglie una terra che. di là del breve lido, solleva catene di monti tra le quali una più si ammassiccia e ai aderge e culmina, là si addirizza la nostra nave; e via via che ci accostiamo, la montagna s'inalza. Il giovine sole, che dall’orizzonte spinge su per l’arco dei cieli, a corsa, la sua raggiante quadriga, ne
veste di luce il dorso e i declivi; ma la cima si ravvolge di candide nubi. Soltanto di tratto in tratto il variare dell’aria dirada e discosta quei veli; e contro il nitido azzurro appaiono creste e vette di scoscesa roccia quasi muraglie e fastigi di palazzi vertiginosi e corruscanti.
I nostri marinai tacciono e guardano alla cima più alta con occhi di stupore e di adorazione.
La terra è vicina. I marinai ammainano la vela, rimettono i remi nelle scalmiere, vogano concordi alla riva. Approdiamo.

Sbarchiamo. Tra montagna e montagna qui scende un piccolo fiume e sfocia con chiare acque; lungo il fiume un sentiero si avvia a risalire la valle. Per qui — ci addita il navarco — è il nostro cammino. Andiamo.
La valle stretta, in alcuni luoghi strettissima, è di una raccolta religiosa bellezza. - Le acque serpeggiano fondo e limpide, indugiandosi talora in bassi ristagni trasparenti. Le rive sono fresche di platani e di lauri. 
Sacra è la valle: un Dio l’ha scavata; un semidio ha deviato il corso del fiume; un altro Iddio fanciullo,
insozzato dal sangue di un mostro ucciso, si è deterso a queste onde; qui la giovinetta figlia del Dio fluviale, sfuggendo a brame che le ripugnavano, pregò dalla terra 
pietosa di venir tramutata nell’alloro, che da quel giorno coronò delle sue fronde i poeti. 
Ora il sentiero abbandona la valle, sale a destra su per il monte. A boschi di querce succedono boschi di faggi, boschi di pini, di lanci, di abeti. L’ascesa è ripida. 
Rasentiamo valli profonde, c’inerpichiamo tra rocce, costeggiamo nevai. Udiamo scrosci di precipiti torrenti e su in alto il grido dell’aquila. Siamo al culmine: quasi 
un altipiano con forme addolcite, da cui tuttavia altre 
creste balzano su, aspre, rupestri, e una più alta di tutte, a picco, rugosa, come ammantata di un manto petrigno  dalle innumerevoli pieghe. Candide nubi ne cingono 
la sommità e fluttuano al vento che sibila e urla tra le 
gole selvagge.

Ma quassù — come vi siamo giunti? — quassù è la serenità perfetta. Un cielo di immacolato azzurro è sul nostro capo. Alito di vento non muove la quiete dell’aria,
lino splendore bianco ravvolge ogni cosa, carezza le mura degli alti palazzi di bronzo sparsi tutt’intorno. Più fulgente, più alto, più superbo è quello cui siamo di fronte. La porta è spalancata. Entriamo.
In una vasta sala tutta marmi e ori, sedute su troni d’oro intorno a tavole d’oro, stanno luminose creature. 
Bellissime. Nella loro persona è ferma una giovinezza immutabile, che s’impronta di maestà, di grazia e di vigore. Vestono tuniche e manti di armonioso drappeggio,
si ravvolgono in veli leggeri, come un soffio d’aria. Alle pareti qua pendono un arco e una faretra colma di frecce, là si appoggiano una lunga lancia e un grande
lucidissimo scudo. Tra tavola e tavola un avvenente giovinetto, cui di sotto il berretto frigio sfuggono riccioli bruni, e una fanciulla bionda, incantevole di leggiadria e di garbo, passano versando da anfore d’oro nettare e 
ambrosia nelle coppe d’oro che attendono.

Fresche risa, alate parole si alternano ai lunghi sorsi. 
 Poi si ode un preludiare di arpeggi: e voci e risa tacciono. 
Un Iddio dal giovine volto, coronato il biondo capo di una corona 
di lauro, vestito di una veste dalle lunghe pieghe, suona 
dolcemente una sua cetra commessa d’oro e d’argento.

Nove giovani donne cantano in coro un canto grave e soave e muovono intanto volubili passi di danza.
Ma a volte tutto è silenzio. Non canti, non risa. Ciascuno 
siede immobile: e sui volti fermi e belli e più negli occhi che guardano fissamente lontano si addensa e grava una indicibile malinconia.

Sulla terra i templi sono vuoti, sugli altari i fuochi 
sono spenti; alle cime dell’Olimpo gli inni e gli incensi
non salgono pii.


Templi oggi

Luogo: Impero Romano: Nel 386 e.v. 16 giugno, veniva emanato un editto che metteva fuorilegge la cura dei templi pagani

LA NASCITA DEGLI DEI   (Vai inizio pagina)


Prima che tutto cominciasse c’era solo uno spazio tenebroso e vuoto: il Caos.

Il Caos non aveva avuto principio: mai. Durava da sempre, dall’eternità. -

A un certo punto di quel tempo senza tempo, nel Caos, apparve una divinità, una Dea dai larghi fianchi, Gea, la Terra; e dopo Gea apparve l’Amore, il Dio che addolcisse le anime; e dopo ancora apparvero l’Erebo, misteriosa divinità di quelle tenebre eterne, e la Notte, buia Dea anch’essa misteriosa, ma tuttavia non più 
così cupa come l’Erebo.

Gea intanto procreava Urano, il cielo stellato, Ponto, il mare dalle onde sonanti, e le alte montagne. 
Così ebbe origine l’universo. -

Il giovine universo vide nascere i figli di Urano e di Gea, Dei primigeni: i dodici smisurati Titani, sei maschi e sei femmine; i tre Ciclopi — Bronte, il tuono, 
Sterope, il lampo, Arge, la folgore — simili in tutto agli Dei, ma con un occhio solo nel mezzo della fronte; e i tre Ecatonchiri o Centimani, giganti mostruosi dalle 
cinquanta teste e dalle cento braccia.

Questi suoi figli Urano li guardava con onore, forse anche li temeva: e via via che nascevano si affrettava a relegarli nelle più lontane profondità della terra. 
Ma Gea, la madre, li amava e ne piangeva la cieca sorte. 
Sdegnata, meditò In vendetta. Trasse da sè stessa quanto acciaio occorreva, foggiò un tagliente falcetto, armò la mano di Saturno, l’ultimo nato dei Titani, il più 
astuto e il più audace: e una notte Saturno colpi fieramente il padre, liberò dalla prigione sotterranea i Titani fratelli e proclamò l’avvento del proprio regno. Ai 
Ciclopi e ai Centimani non ridiede la libertà; facevano paura anche a lui.

Il sangue di Urano colà sulla terra, i brandelli della sua carne caddero nel mare; e dal sangue nacquero le Erinni, ossia le Furie vendicatrici, i Giganti armati di 
formidabili lance, e le ninfe Meliadi, protettrici dei frassini; i brandelli di carne mossero nel mare una bianca spuma e dalla bianca spuma emerse una Dea tutta giovane 
e bionda, bellissima, Venere Anadiomene, che il sotilo innamorato di Zefiro sospinse alla divina isola di Citera e poi a Cipro coronata di flutti. 
L’opera della creazione intanto continuava: dalle divinità primigenie altre divinità nascevano e da queste ancora altre divinità: e quali erano paurose come il 
Destino, la Morte, la Discordia coi suoi tristi figli: la Pena, l’Oblio, la Fame, la Menzogna, l’Ingiustizia, le Battaglie, i Massacri; quali erano severe come Nemesi, 
la giustizia punitrice, la Saggezza, la Persuasione; quali enigmatiche come il Sonno col suo corteggio di Sogni, come le tre Parche, eterne Matrici che nell’atto della 
nascita assegnavano a ciascun uomo il suo bene e il suo male e la lunghezza della sua vita (e Cloto per ciascun uomo traeva dalla rocca lo stame, Lachesi ne determinava 
la misura, Atropo, con le inesorabili cesoie troncava il filo al punto destinato), come le terribili Gorgoni, che impietravano chiunque le guardasse, e come 
le Oraie, vecchie canute fin dalla nascita, le quali, tutte e tre insieme, non possedevano che un solo occhio e un solo dente, di cui si servivano a turno. E nascevano anche le divinità liete e luminose come i tremila Fiumi 
e le tremila Oceanine, e le cinquanta Nereidi, ed Elios, il Dio-Sole, e Selene, la Dea-Luna, ed Eos, l’aurora, e Iride, la Dea dell’arcobaleno, lieve messaggiera dalla 
tunica fluttuante e dalle ali d’oro. 
Su tutte queste e molte altre divinità. echeggiavano e muovevano le sorti e le passioni e davano vita e legge alla natura, Saturno, dopo di aver spodestato il padre, regnava.

Regnava possente, ma non senza inquietudine. Egli aveva sposato Rea, figlia di Gea e di Urano, e da un oracolo gli era stato predetto che uno dei suoi figli lo 
avrebbe cacciato dal trono come egli dal trono aveva cacciato Urano, suo padre. Così Saturno viveva in sospetto e in timore, e di mano in mano che i suoi figli 
nascevano, non potendo. poiché erano immortali, distruggerli, li ingoiava.

Vesta... Cerere... Giunone... Plutone... Nettuno... Cinque

figli aveva già per tal modo tolti di mezzo, quando Rea delusa e crucciata, sapendo che presto un altro tiglio le sarebbe nato, per consiglio dei suoi genitori si ritirò a Creta, in una profonda caverna del monte Ida e, come il nuovo bimbo venne alla vita, ella, lasciandolo ben nascosto nell’antro, salì al cielo portando con sè una 
grossa pietra tutta ravvolta di fasce e la presentò al vorace marito: il quale immediatamente la trangugiò. 
Giove, il bimbo divino, crebbe in quella caverna, sotto le dense foreste del monte. Le due ftglie del re di Creta gli furono custodi; una capra — Amaltea, che egli 
poi, riconoscente, collocò nel cielo tra le costellazioni — lo nutri del proprio latte e dell’ambrosia e del nettare fluente dalle sue corna; primo balocco gli fu una sfera 
formata da cerchi d’oro; perché nessuno potesse trovarlo nè in terra, nè in cielo, nè in mare, la sua culla d’oro veniva appesa ai rami di un albero; perché i suoi 
vagiti, salendo al cielo, non lo rivelassero all’ingordo Saturno, i Cureti, demoni e sacerdoti della terra, danzavano sulla soglia della caverna e intorno alla culla una 
danza di guerra percuotendo con le lance e con le spade i loro scudi di bronzo.

Quando ebbe gli anni e la forza, Giove salì al cielo, si presentò al padre, lo costrinse a inghiottire un beveraggio che gli fece rendere alla luce la pietra e i cinque figlioli trangugiati. Poi, lo balzò dal trono e iniziò il 
proprio regno.

 


LE GUERRE DEGLI DEI    (Vai inizio pagina)

Saturno invocò l'aiuto dei fratelli e venne alla riscossa. Quattro Titani solamente si strinsero intorno a Giove: tutti gli altri parteggiano per il fratello spodestato. E la guerra scoppiò terribile. Durò dieci anni.

I Per dieci anni dal le cime del monte Otri, fronteggiante l’Olimpo. i Titani furibondi sferrarono assalti sopra assalti e sempre l’esito pendeva incerto. Finalmente 
Giove, risoluto a vincere a ogni costo. Scese nel profondo Tartaro dove Urano aveva incatenato i Ciclopi e i Centimani, ridiede loro la libertà e ne fece i propri alleati.

I Ciclopi gli fornirono le folgori, i Centimani misero al suo servizio le loro cento braccia; e la battaglia si riaccese riaccese violenta. I Centimani scagliarono macigni enormi contro i Titani. Imperterriti i Titani moltiplicarono gli sforzi.

La terra rimbombava: Il mare tutt'intorno mugghiava:

il cielo squassato oscillava. Gemeva l’Olimpo. Un tremito scendeva fino al Tartaro per e il grandinar delle rupi ; saette sibilavano ed alte grida salivano al cielo stellato. Giove non contenendo più la propria collera, era entrato anch’egli direttamente nella lotta, e dal cielo e dall'Olimpo lanciava saette. Dalla sua mano infaticata le folgori di fuoco gli volavano via senza posa tra lampi e tuoni. Le montagne nelle fiamme fremevano, crepitavano le selve, e la terra e i flutti dell’Oceano e il mare immenso ribollivano. Il fuoco avvolse i Titani in una vampa 
smisurata che salì fino all’etere: e i Titani ne furono accecati. 
Il calore violento penetrava gli abissi. Terra e cielo sembravano confondersi, l’una scrollata sulle sue sue altezze. Infine, i Titani, nonostante il loro coraggio 
non valsero più a sostenere la lotta.

Vinti furono oppressi di catene e precipitati negli abissi, tanto lontani dalla superficie della terra quanto la terra è lontana dal cielo. Saturno fu incatenato così nella regione che è sotto la o il mare, o forse fu relegato nella remotissima Tule, 
dove giacque addormentato di un magico sonno, se pure, come anche si disse, non si riconciliò con Giove e ne ebbe regno sulle Isole dei Beati, al confine 
del mondo. Giove si riassise sul trono dell’Olimpo.

Regnava: gli nascevano numerosissimi figli; ma il suo regno non era tuttavia sicuro: Gea non aveva perdonato.

E suscitò contro Giove il gigante Tifeo. che ella aveva procreato unendosi col Tartaro. Era Tifeo un pauroso gigante che superava in altezza ogni montagna e toccava 
con una mano l’Oriente e con l’altra l’Occidente; agitava senza requie le braccia, non conosceva stanchezza: 
dalle cosce gli uscivano vipere, le guance erano irte di crini, il corpo era coperto di penne, sulle spalle gli si ergevano cento teste di drago, ciascuna delle quali 
vibrava una lingua nera; gli occhi sprizzavano fiamme. 
Alla vista dell’orrenda creatura gli Dei sbigottiti fuggirono in Egitto; solo Giove affrontò il mostro; ma, avvinto dalle serpi, cadde in potere dell’avversario che 
gli recise i tendini delle mani e dei piedi e lo rinserrò nel proprio antro in Cilicia.

Giove languiva in prigionia, allorché per sua buona sorte Mercurio seppe ritrovarlo, con l'inganno e l'abilità rubò i tendini di Giove a Tifeo e ridando prima la libertà e poi l’uso dell’antico vigore. 
Allora il Dio riprese la lotta, abbattè. con la folgore Tifeo, lo costrinse a rifugiarsi nella Sicilia, lo schiacciò sotto l’Etna.

Ma ancora non ebbe nè sicurezza né pace: subito gli mossero guerra nuovi possenti nemici: i Giganti generatisi dal nero sangue di Urano e della Terra. 
Muovendo dai Campi Flegrei, i violenti, armati di tronchi d’albero e di smisurati macigni, si avventarono contro l’Olimpo. 
Li guidavano Porfirione e Alcioneo. Con le loro braccia poderose tutto muovevano isole, fiumi, montagne. 
Uno di essi, ecco, solleva il monte Eta della Tessaglia l’altro palleggia la sommità del Pangeo, quesgli si arma dei ghiacci dell’Athos; questi quest’altro scrolla il Rodope intero. Per raggiungere la cima dell’Olimpo sovrappongono monte a monte. Il Pelio sull'Ossa. 
Tutti gli Dei, ad eccezione di Cerere,che si tiene in disparte, fanno fronte ai rabbiosi assalti. 
Combattono Apollo, Vulcano, Mercurio, Bacco, Marte e Diana, Minerva, Ecate, le 
Parche. 
La battaglia è lunga e accanita. Vulcano mette a morte Clizio; 
Mercurio, postosi in capo l’elmo di Plutone che rende invisibili, uccide 
Ippolito: Apollo abbatte Efialte; Marte trafigge Peloro e Mima; Nettuno insegue Polibote attraverso il mare finchè gli scaglia contro l’isola Egea di Nisiro e lo 
schiaccia: Minerva seppellisce Encelado sotto il suolo della Sicilia — che ancor oggi trema quando il gigante, per mutare di posizione, si rivolta — e poi stende a terra 
Pallante della cui pelle si foggia la propria egida; Bacco uccide Reto; ed Ercole — quegli cui spellava di finir la battaglia però che, secondo un oracolo, soltanto un mortale avrebbe vinto i figli di Gea — Ercole si butta su Alcioneo. Ma questi, fin che si trovi sulla terra natale, è invulnerabile; e allora l’eroe lo stringe tra le braccia, lo solleva, lo porta fuori dalla penisola di Pallene e lo stronca; poi si rivolta e con una frecciata mortale colpisce Porfirione che s’appresta a vendicare il fratello. I due condottieri sono caduti. I Giganti sono vinti. 
La loro sconfitta assicurava definitivamente la sovranità di Giove, signore degli Dei e degli uomini.


 

ALBA DELL' UMANITA'  (Vai inizio pagina)

Giapeto, uno (lei dodici Titani, aveva avuto quattro figli: Menezio e Atlante, Prometeo ed Epimeteo. I primi due avevano preso parte alla rivolta contro Giove e Giove li aveva puniti : Menezio, per la sua cattiveria e per la sua tracotante audacia. era stato relegato nell'Erebo profondo; Atlante, di fronte al giardino delle Esperidi, ai confini della terra, doveva sostenere sulle spalle e reggere con le braccia la grande volta del cielo. Prometeo, scaltro (non per nulla il suo nome significava " colui che prevede"), prima si era mantenuto neutrale e poi, quando la lotta aveva accennato a piegare in favore di Giove, si era accostato al vincitore: in premio era stato ammesso all'Olimpo e alla familiarita' coli gli Immortali. Ma il suo cuore di Titano covava il dolore per la propria stirpe umiliata e volgeva ogni predilezione verso gli uomini.

Che, con gli Dei, uomini popolavano la terra. Forse erano nati al tempo stesso degli Dei ed erano figli della feconda Gea, la Terra, madre di tutte le cose e di tutti oli esseri animati; o forse li aveva creati Giove, che da Pima aveva fatto nascere Elleno, capostipite degli Elleni, e da Dia, Piritoo, re dei Lapiti, e, da Taigete. Lacedemone, progenitore degli Spartani, e cosi via; o forse avevano avuto altre origini: ma certamente vivevano da lunghissimi anni ed erano passati per cinque ere, ciascuna delle quali aveva avuto una sua propria gente.

La prima eta' era stata quella dell'oro, sotto il regno di Saturno. Gli uomini, generati dagli Dei, avevano allora goduto di una perfetta felicita'.

La terra produceva per essi ogni bene spontaneamente ed essi vivevano come Dei, senza affanni, senza fatiche, senza vecchiezza. Erano pero soggetti alla morte; e come l'ora ne giungeva, si addormentavano di mi dolce sonno. Quando la famiglia di questi primi uomini si era estinta, i loro spiriti erano divenuti geni benefici, custodi dei mortali, dispensatori della ricchezza.

Era seguita l'eta' dell' argento. Ma i popoli di questa eta', pur creati anch'essi dagli Dei, erano esseri deboli e inetti, la cui vita non si svolgeva se non come una lunga infanzia. Quando raggiungevano l'adolescenza, quasi subito morivano vittime della propria stoltezza. Cosi avevano avuto fine anche questi uomini. Morti, erano diventati geni buoni, ma sotterranei.

Figli dei frassini, i popoli della terza. eta', detta del bronzo, possedevano cuori duri come il metallo e braccia di inesausto vigore: ma l'indomabile forza e l'ardore di guerra li avevano spinti a sgozzarsi vicendevolmente, sicche' erano sprofondati nell'Ade senza gloria, anche se proprio a loro l'umanita' doveva i primi tentativi di civilta' e la prima lavorazione dei metalli.

Spenti gli uomini dell'eta' del bronzo, Giove aveva creato una gente migliore: quella degli eroi. Gli eroi avevano compiuto grandi gesta, avevano combattuto a Tebe e a Troia, avevano affrontato e ucciso mostri e briganti. Dopo la morte erano stati posti nell'isola dei Beati, sulle rive del. fiume Oceano, che circondava la terra e ne segnava i limiti estremi.

E infine era seguita l'eta' del ferro, che tuttavia per durava, dolorante di sofferenze, di miserie, di delitti, di empieta'.

Durante la prima eta', regnando Saturno, tra gli Dei e gli uomini c'era stato completo accordo. Comuni tra loro i banchetti, comuni erano state le assemblee. Ma con l'avvento di Giove tutto cambio' perche' questi volle imporre anche agli uomini la propria divina supremazia.

un' assemblea si raduno' per stabilire la parte che di ogni vittima sacrificata doveva toccare agli Dei e la parte che sarebbe toccata ai mortali. Incaricato della spartizione fu Prometeo, il quale prese un grosso bue, lo uccise, lo ridusse in pezzi e ne fece due mucchi; da un lato pose la pelle sotto cui aveva nascosto la carne e i bocconi migliori, dall'altro - e questo mucchio, come era naturale, risulto' il piu' grande e il piu' appariscente - accumulo' tutte le ossa ben ravvolte di candido grasso. Invitato a scegliere, Giove, illuso dal volume e dal biancore, prese per se' il secondo mucchio: ma, subito avvistosi dell'inganno, si adiro' e, per far dispetto a Prometeo, privo' gli uomini del fuoco inestinguibile che con la propria folgore aveva acceso sulla terra. Prometeo, senza porre tempo in mezzo, sali all'Olimpo. Rapi agli Dei alcune scintille del fuoco divino, le nascose nella cavita' di un giunco e riporto' il fuoco agli uomini.

Atlante

Ancora piu' sdegnato, Giove penso' a punire Prometeo . Per ordine suo, Vulcano con l'aiuto di Cratos - la Forza - e di Bia - la Violenza - afferro' Prometeo e lo incateno' su un'alta cima (lei Caucaso, nella Scizia poi Giove mando' un'aquila, la quale ogni giorno rodeva al Titano il fegato che ogni notte rinasceva. Il sole, i geli, i venti, le piogge sferzavano e mordevano il prigioniero: ogni mattino l'aquila tornava affamata e implacabile; ma il Titano non piegava l'animo, non si umiliava a preghiere e lamenti. Trent'anni trascorsero cosi

nell'atroce supplizio. Finalmente Giove si mosse a indulgenza. Diciamo tutta la verita': gli premeva anche di conoscere un grave segreto che lo riguardava e che Prometeo custodiva. Col permesso, dunque, del Dio, Ercole sali sul Caucaso, uccise l'aquila, spezzo' le catene: e Prometeo, liberato, ascese immortale all'Olimpo.

Ercole uccide
                    l'aquila

Anche gli uomini, colpevoli di godere il fuoco rubato, vennero puniti: Giove decreto' il castigo e fu castigo senza fine. Per suo volere Vulcano, il fabbro divino, modello' con argilla intrisa d'acqua il simulacro di una fanciulla bella come le bellissime Dee e le diede vita e voce e sorriso. Tutti gli Dei la ornarono dei loro doni piu' preziosi: e di qui le venne il nome di Pandora, che significa appunto "tutti i doni". Solo Mercurio le pose nel petto un cuore infido e sulle labbra ingannevoli parole. Recando un misterioso vaso coperchiato, Pandora venne come dono di Giove a Epimeteo. Prometeo aveva, si, ammonito il fratello di non accettare nulla da Giove; ma, incauto il suo nome voleva proprio dire "colui che pensa dopo!" ), Epimeteo accolse invece Pandora, se ne innamoro' e la sposo'.

Pandora allora (come sia andata la cosa bene non si sa, ma la curiosita', dicono, e' femmina) sollevo' il coperchio del misterioso vaso: e dal vaso si sparsero sulla terra i mali che vi erano rinserrati. Tutte le fatiche, tutte le pene, tutte le dolorose e mortali infermita'. Soltanto una pietosa creatura resto' aggrappata all'orlo del vaso, a consolare o almeno a illudere gli aflitti: la Speranza.

Ne' basto' a Giove di aver mandato la funesta Pandora a turbare l'esistenza terrena: egli medito' di sterminare addirittura il genere umano affogandolo nelle acque di un diluvio. Ma Prometeo vegliava ed avverti suo figlio Deucalione del flagello imminente. Deucalione, che regnava allora in Ftia nella Tessaglia, costrui in tutta fretta un'arca di legno, la corredo' di tutto il necessario e con la moglie Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, vi si rinchiuse non appena le acque cominciarono a sciogliersi dal cielo coprendo la terra e distruggendo ogni essere animato. Nove giorni e nove notti la furia delle acque cesso' e l'arca ristette sulla cima del monte Parnaso.

Tosto Deucalione usci all'aperto e offri un sacrificio a Giove protettore dei fuggiaschi: e il Dio, mosso a pieta', gli promise, per mezzo di Mercurio, che avrebbe esaudito un suo desiderio. Deucalione chiese che fosse rinnovata la gente umana, e recatosi con la moglie a interrogare in proposito l'oracolo di Delfo, ne ebbe questa risposta:

- Velate le vostre teste e gettate dietro voi le ossa della vostra ava antica. -

Sulle prime i due rimasero perplessi; poi capirono:

essi erano pronipoti di Gea, la Terra; le ossa della Terra non potevano essere che le pietre. Velati i capi, camminarono per la pianura gettando pietre dietro le proprie spalle; e le pietre gettate da Deucalione divennero uomini e quelle gettate da Pirra si tramutarono in donne. 
La terra fu ripopolata. Giove depose ogni sdegno. Ma i mali che erano sfuggiti dal vaso di Pandora continuarono a soggiornare tra gli uomini e la Speranza, dall'orlo della vuota anfora traditrice, continuo' a sorridere il suo pietoso sorriso.



SE TI SENTI IN RISONANZA CON QUESTO SITO
Puoi ascoltare nel "Blog" le Metamorfosi Di Ovidio
Le Ere della creazione e dell'umanità
Apollo e Cupido e Dafne
Giove Giunone e Io

I tre episodi in file compresso



  Illustrazioni di Vsevolode Nicouline e Giannina Lavarello dal testo "Dei ed Eroi"  di Eugenio Treves - Casa editrice Giuseppe Principato Milano - 1961